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La dissoluzione dei paesaggi arcaici della Sardegna

18 novembre 2013. Giornata tragica per la Sardegna.

Costa dell' Iglesiente
La perturbazione Cleopatra in arrivo

La devastazione è gravissima. Le vittime sono numerose, i danni stimati ammontano a 600 milioni di euro. La perturbazione Cleopatra ha rovesciato in poche ore una quantità d’acqua inusitata. Il disastro grava sulla collettività, anche per le scelte nel governo del territorio. Per la smania del profitto si sottovalutano le dinamiche naturali e si dimentica il buon senso della metafora biblica:“[…] un uomo saggio… ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. […] un uomo stolto… ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.

Baronia, Gallura
La casa fondata sulla sabbia. Edificio costruito su terreno di riporto dentro l’alveo del fiume
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Il torrente Sòlogo in piena

Il processo di erosione dei versanti e del trasporto solido dei corsi d’acqua è un’azione naturale che si esercita da milioni di anni e plasma il paesaggio in modo lento e continuo. Ogni anno il Rio delle Amazzoni trascina verso il mare miliardi di tonnellate di detriti, prodotti dalla pioggia che macina le Ande.
Il Mare Adriatico prende nome dalla città di Adria che un tempo era presso la costa. Ma quest’ultima si è spostata, perché i sedimenti trascinati dal Po strappano sempre nuova terra al mare.
Leonardo da Vinci riassumeva il processo geomorfologico così: “L’acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe la terra in perfetta sfericità, s’ella potesse”.
Il processo si intensifica in caso di eventi meteorologici estremi. Anche il comportamento dell’uomo può aggravarli.

Turisti in spiaggia a Cala Luna. L'aspetto attuale si deve all'interramento dell'alveo con i sedimenti erosi sui monti disboscati
Turisti in spiaggia a Cala Luna. L’aspetto attuale si deve all’interramento dell’alveo con i sedimenti erosi sui monti disboscati

Una delle celebri mete dei vacanzieri del Mediterraneo, la spiaggia di Cala Luna come la conosciamo oggi, si è formata di recente.
Golfo di Orosei, costa orientale Il letto del fiume è interrato dai detriti portati a valle dalla catastrofica erosione delle montagne, seguita ai disboscamenti ottocenteschi della Sardegna.
Cala Luna è una località turistica e i visitatori sono “soddisfatti” di queste conseguenze; ma quando i processi naturali interferiscono con le attività umane, allora si verificano i disastri.
Un territorio si identifica con le sue caratteristiche naturali ma è anche espressione culturale di chi lo abita. Lo studio del paesaggio deve perciò considerare gli aspetti naturalistici, le trasformazioni prodotte dall’uomo e le conseguenti implicazioni su equilibrio ambientale e qualità della vita delle popolazioni.

Nell’antichità Cartagine e Roma disboscarono le zone pianeggianti della Sardegna, per favorire la coltivazione di cereali. Nella Carta de Logu di Eleonora d’Arborea, una delle prime costituzioni europee moderne, in vigore sui territori rurali della Sardegna dal 1421 al 1827, la piaga degli incendi è ben contemplata e i provvedimenti contro gli incendiari erano severissimi.
Ma la pressione dell’uomo sulle foreste era limitata.
Ancora a metà Ottocento un quinto della superficie della Sardegna era ricoperto da dense selve ghiandifere, che davano alle popolazioni dei villaggi l’alimento per il bestiame, la legna da ardere e il legname d’opera.
Le foreste proteggevano anche insediamenti e attività economiche da frane e alluvioni e comunque il territorio venne abitato con prudenza fino al secondo dopoguerra. Il buon senso suggeriva di evitare il rischio idraulico diretto: sa ira ‘e Deus cheret tìmmida, l’ira di Dio (della natura) va temuta, si soleva dire. I nuclei originari dei villaggi della Sardegna si sviluppavano a mezza costa, lungo crinali o attorno a promontori; non si occupavano i compluvi, perché servivano a drenare le piogge.
Il prof. Antonello Sanna, nel libro Architettura popolare in Italia-Sardegna, riassume il rapporto tra posizione degli insediamenti e gestione della risorsa territorio, attestato duecento anni fa dalle prime mappe scientifiche dell’isola:
“Gli oltre 300 centri rurali registrati nella cartografia del La Marmora sono in genere collocati in un punto medio del proprio territorio, in un vero e proprio crocevia degli usi possibili, tra il campo e il monte, sotto le sorgenti e sopra la palude. Questa medietà è legata ad un equilibrio di sussistenza e interessa le comunità quanto i singoli…”.

Foresta demaniale di Montes.
Foresta demaniale di Montes.

I terrazzamenti a muri di pietra, su cui si ricavavano frutteti nei versanti e orti irrigui nei fondovalle, tenevano la terra fertile in sito, rallentando lo scorrimento delle acque piovane. L’aratura con il giogo di buoi non incideva fino alla matrice rocciosa il suolo (come invece fanno a volte gli aratri meccanici oggi, rovinandolo). Il contadino aveva cura di scavare dei drenaggi per proteggere su lavore (le coltivazioni di cereali) dalla pioggia, che altrimenti si sarebbe portata via il grano dalle radici con la terra attaccata.
Nel suo blog Truncare Sas Cadenas, Francesco Casula, studioso della lingua e della storia della Sardegna, cita un articolo di Antonio Gramsci, scritto nel 1919 per l’Avanti ma censurato e riscoperto sessant’anni dopo. Gramsci denunciava che l’attuale aspetto della Sardegna, compreso il suo clima siccitoso e instabile, è l’eredità del disastro ecologico seguito al taglio ottocentesco delle foreste, portato a compimento con inaudita barbarie.
Molti decenni prima, Alberto Ferrero della Marmora, nel Voyage en Sardaigne, lamentava che la contrazione della copertura vegetale causata da azioni antropiche dissennate stava portando a inaridire le sorgenti e quindi a ridurre le portate dei corsi d’acqua. La Marmora notava il verificarsi di alluvioni, fino ad allora sconosciute, dovute a violenti temporali; che i monti spogliati della vegetazione erano erosi dalle piogge torrenziali; che la riduzione di portata interrava i fiumi, perché la minore spinta della corrente lasciava depositare i detriti trascinati a valle.
In passato pioveva in Sardegna, eccome. Le case rurali di epoca spagnola, esistenti ancora in qualche centro dell’interno, hanno gronde sporgenti di mezzo metro per proteggere le facciate, come nell’Europa settentrionale ed alpina: è segno di un’epoca in cui il clima dell’isola doveva essere più umido di come lo conosciamo oggi. Le osservazioni di Padre Vittorio Angius, risalenti a due secoli fa’, indicano che i fiumi sardi avevano portata abbondante, tanto che nella cattiva stagione le comunicazioni tra una regione e l’altra erano problematiche.

Rapide, Fiume Tirso. La Marmora notò la riduzione di portata e l'aumento delle piene distruttive dei corsi d'acqua, a causa di attività umane dissennate
Rapide, Fiume Tirso. La Marmora notò la riduzione di portata e l’aumento delle piene distruttive dei corsi d’acqua, a causa di attività umane dissennate

La deforestazione sistematica della Sardegna cominciò al tempo del Regno di Sardegna e continuò dopo l’Unità d’Italia. Essa fu preparata dalle riforme dei Savoia, che in teoria intendevano migliorare, con l’introduzione della proprietà privata, le condizioni dell’isola. Vittorio Emanuele I con l’editto delle Chiudende del 1820 permetteva la chiusura delle terre comuni per ottenerne proprietà private. A Carlo Alberto si deve l’abolizione del feudalesimo nel 1839. Con l’Unità d’Italia, tra il 1863 e il 1865 si abolirono gli ademprivi, usi comunitari risalenti al medioevo.
Ma queste riforme furono introdotte in modo brutale e senza efficace controllo: il sistema produttivo tradizionale, basato sull’uso comunitario della terra, non ebbe tempo di adattarsi e fu travolto. Ai poveri furono tolti i mezzi per il loro sostentamento, che erano sempre stati garantiti dalle terre comuni. Gravissimi disordini e sollevazioni popolari cercarono di restaurare l’antico sistema economico; molti diventarono fuorilegge per sopravvivere. La repressione durissima portò a condanne a morte e vi furono azioni militari contro i banditi.
Gli speculatori si avvantaggiarono della gravissima crisi economica e sociale cui andò incontro la Sardegna. Le foreste furono rase al suolo per produrre legname d’opera, traversine per le ferrovie italiane e carbone esportato anche all’estero. La pastorizia si disinteressò gradualmente del suo più pregiato animale, il maiale, che prosperava con le ghiande delle selve. Il nuovo business caseario del pecorino romano destinato all’esportazione, introdotto da industriali laziali circa un secolo fa, aumentò le superfici a pascolo con l’accetta e il fuoco, per favorire l’allevamento della pecora. Fu la definitiva conferma dei vasti paesaggi spogli che possiamo vedere oggi.
I relitti delle antiche foreste primarie della Sardegna si possono osservare ancora oggi nelle zone meno accessibili dell’isola. Nel cuore del Supramonte, alberi enormi e vecchissimi, radicati in suoli profondi, danno un’idea di come dovevano apparire le selve primigenie in cui il sole penetrava a fatica. Le Foreste Demaniali della Sardegna curano e ricostituiscono parte delle antiche superfici forestali. La vegetazione attuale dell’isola è in gran parte formata da boschi cedui, colture speciali come la sughera, boscaglie, praterie e garighe. È interessantissima dal punto di vista scientifico ma la pressione antropica la rende ecologicamente fragile e l’allontana dal climax.

Paesaggio di chiusi che ha sostituito quello delle terre comuni dopo le riforme ottocentesche
Paesaggio di chiusi che ha sostituito quello delle terre comuni dopo le riforme ottocentesche

Oggi la nostra civiltà è così adattata al clima attuale che le sue variazioni significative minacciano di essere devastanti. Deforestazione, pascolamento intensivo e agricoltura possono influenzare il clima di una regione, gli ecosistemi e le risorse idriche come i cambiamenti globali attribuiti all’emissione dei gas serra. Rispetto a una prateria, una foresta ha un’albedo più bassa (cioè riflette una minore percentuale della radiazione solare che gli arriva) e determina una maggiore traspirazione per la più grande estensione del suo fogliame. La copertura vegetale del suolo può quindi influenzare la temperatura e l’umidità dell’aria, la velocità del vento e la circolazione atmosferica, l’entità delle precipitazioni di un’intera regione.
Le piante traggono acqua e minerali dal suolo con le radici, anidride carbonica dall’aria con le foglie e sfruttano l’energia solare per produrre il glucosio, loro alimento, col miracolo della fotosintesi. Le piante rendono ospitale e ricco di vita un pianeta altrimenti desolato, lo riforniscono di ossigeno, alimentano gli animali e determinano la stessa evoluzione dell’uomo. Le piante aiutano a regolare la percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera, esse la assorbono per vivere. Viceversa il 20% dei gas serra da noi creati derivano dalla deforestazione!
Il ruolo della vegetazione è fondamentale anche in campo geomorfologico. Il fogliame degli alberi fa gocciolare a poco a poco l’acqua piovana, attenuandone l’impatto sul suolo e quindi l’erosione superficiale. Le radici esercitano un’azione favorevole, perché trattengono il suolo e stabilizzano i pendii, rendono il terreno più permeabile e favoriscono l’infiltrazione riducendo la portata del ruscellamento superficiale. Durante il passaggio della pioggia verso le falde acquifere attraverso il suolo, l’acqua si depura.
Il suolo è lo strato più superficiale del terreno, la sua parte fertile e più preziosa. Esso si forma con la decomposizione di piante e animali che tornano alla terra dopo la loro morte e per l’azione chimica e meccanica degli agenti atmosferici che dissolve le rocce. Servono ben 1000 anni perché si formi uno spessore di suolo di 2 cm. L’interazione tra le radici e il suolo permise alle piante di abbandonare le acque e colonizzare la Terra, rendendola abitabile agli animali e agli uomini.
Il suolo fornisce le sostanze che alimentano le piante e può trattenere nel periodo piovoso una certa quantità d’acqua, pari anche a circa dieci volte il proprio peso. Il suolo può poi restituirla, garantendo l’apporto idrico alla vegetazione nella stagione secca. Sovrapponendo la carta dei suoli a quella dei manufatti dell’antichità, si scopre che in Sardegna, proprio sui migliori suoli, quelli vulcanici o marnosi, è riscontrabile la maggiore concentrazione di siti nuragici (legati ai pascoli) o monastici medievali (connessi all’agricoltura). Evidentemente, i nostri antenati sceglievano con cura il luogo su cui insediarsi e di certo avevano rispetto della natura quando edificavano.

La torre del 1800 a.C., complesso di Santu Antine di Torralba. Selva di torri eoliche sull'Altipiano di Campeda
La torre del 1800 a.C., complesso di Santu Antine di Torralba. Selva di torri eoliche sull’Altipiano di Campeda

Le torri nuragiche della Sardegna erano ben situate e costruite: parecchie di queste sono ancora in ragguardevole stato dopo tre o quattro millenni. Cleopatra è stata molto distruttiva a Oliena; ma il ponte romano sul fiume Cedrino resiste alle piene da venti secoli: la furia dell’acqua, non potendo abbatterlo, l’ha aggirato. Il ponte medievale di Illorai sul fiume Tirso, tra il Marghine e il Goceano, è molto solido perché gli antichi costruttori scelsero con cura il sito su cui edificarlo, tra i due banchi di roccia granitica su cui appoggiano le sue fondazioni; questo ponte ha resistito a piene spaventose che non hanno risparmiato il ponte ottocentesco costruito poco più a valle. Tutto ciò dimostra la sagacia dei nostri antenati nel comprendere i luoghi e nel costruire opere durature.
Cresciuta presso un sistema lagunare, dotato di uno dei porti più antichi e importanti dell’isola, la città di Olbia ha occupato invece tutto il suo spazio disponibile, compresi i terreni alluvionali e paludosi. Molti corsi d’acqua sono stati coperti, fidandosi della riduzione di piovosità degli scorsi decenni. Olbia è stata particolarmente colpita da Cleopatra e non deve sorprendere. In questi decenni Olbia ha visto crescere i suoi abitanti da diecimila a sessantamila senza un Piano Urbanistico, con parecchie ondate di abusivismo sanate dalle amministrazioni.
In Italia non è politicamente redditizio demolire manufatti per ricostruirli in luoghi più opportuni, come invece sono soliti fare all’estero. Si preferisce costruire opere di difesa in aree già compromesse dall’espansione edilizia. Ad esempio si cementifica l’alveo dei fiumi per velocizzarne la corrente e abbassarne il livello dentro i centri abitati. Queste opere di difesa necessitano di costose manutenzioni per conservarsi efficienti e possono creare falsa sicurezza. Così si dimenticano i disastri passati e si costruisce ancora in aree pericolose. E le catastrofi si susseguono negli anni, si piangono le vittime e i politici maledicono gli “eventi millenari imprevedibili”.
Sono numerose le alluvioni documentate in Sardegna dopo il taglio delle foreste e anche molto distruttive. Il Campidano di Cagliari subì tre disastrose alluvioni nella seconda metà dell’Ottocento: una lapide sulla chiesa di Sant’Elena a Quartu ricorda la più tragica del 1889, le 25 vittime e le 500 case distrutte. Una violenta perturbazione colpì nel 1951 la parte orientale dell’isola; due centri dell’Ogliastra, Gairo e Osini, furono abbandonati e ricostruiti a monte, perché i terreni su cui sono fondati, imbevuti dalle piogge prolungate, scivolarono a valle sul fianco della montagna come pelli di serpente vecchie.
Gli incendi ogni estate devastano la vegetazione ed espongono i terreni a nuovi cicli di erosione. L’estirpazione della macchia e l’aratura dei pendii sono pratiche agricole deleterie, finanziate da leggi nate su basi politiche e non scientifiche per accontentare più contadini con nuove terre da coltivare. Molti di quei terreni adesso sono rovinati: il suolo è scomparso, la roccia affiorante conferma il degrado irreversibile.
L’industria chimica in Sardegna è nata mezzo secolo fa. Con l’intento anche di contrastare, con l’occupazione, la delinquenza delle zone interne, a torto ritenuta innata nelle popolazioni. Benché la chimica abbia avuto un ruolo importante nell’evoluzione sociale ed economica di tante zone della Sardegna, la sua conduzione di stampo assistenzialista alla lunga è stata un fallimento. I terreni occupati dalle industrie restano contaminati e comunque compromessi e le popolazioni dei centri abitati limitrofi rilevano un insolita insorgenza di gravi malattie.

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Lo stabilimento chimico in declino tra Bolotana e Ottana

La pubblicità delle società immobiliari sfrutta l’immagine del favoloso mare e della natura selvaggia della Sardegna, ma spesso il paesaggio che è il motivo stesso di attrazione è stato già soffocato dal cemento. Lunghi tratti delle coste sarde sono coperti d’insediamenti di seconde case senza soluzione di continuità. La spudorata pubblicità delle case costruite sulle dune costiere di Badesi è emblematica.
Pale eoliche e pannelli fotovoltaici stanno conquistando creste di montagne e campi un tempo coltivati. Producono somme favolose in energia, quando sono fatti funzionare, ma l’occupazione del suolo è ripagata con cifre modeste: privati e Comuni hanno il borsellino vuoto e non le rifiutano. La produzione energetica eccede il fabbisogno dell’isola. Ma il costo dell’energia non diminuisce e paradossalmente penalizza proprio la Sardegna che sacrifica i suoi più bei paesaggi.
Con il saccheggio del territorio le diverse ondate di speculatori hanno prodotto limitate e temporanee ricadute sull’occupazione locale. L’isola ha un’estensione delle coste maggiore delle Baleari. Eppure il PIL pro-capite della Sardegna è la metà di quello delle Baleari (che è uno dei più alti della Spagna). Il prof. Angelo Aru, il geologo studioso delle dinamiche naturali dell’isola e autore della Carta dei Suoli della Sardegna, denuncia apertamente: “Il grande problema della Sardegna è l’uso sconsiderato e incondizionato del territorio, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze che derivano da certi interventi non solo edilizi. Colpa di una mancanza di una cultura diffusa, soprattutto da parte della classe politica. Da questo punto di vista si può dire che la Sardegna sia stata colpevolmente dimenticata. E anche consapevolmente, per i grandi appetiti immobiliari che suscita… Il punto è l’uso, anzi l’abuso, del territorio: privo di programmazione e di attenzione verso le leggi naturali che lo regolano.”.
Il modo migliore di prevenire le calamità naturali è di rispettare la natura, basare l’economia sulla cura del paesaggio e non sul suo consumo. I cambiamenti climatici e le attività umane condizionano produttività dei terreni, qualità e disponibilità dell’acqua, opportunità ricreazionali e turistiche: in definitiva le economie locali e regionali. Pianificare il paesaggio significa perciò studiarlo in modo approfondito, valutarne aspetti positivi e criticità; quindi investire sulle attitudini che esso esprime. Tutelare la natura, risanare l’eredità del nostro passato, la cultura e la storia racchiusi nel nostro paesaggio: questa è la via per lo sviluppo eco-sostenibile.

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Chi è Antonio Forma

Nato e cresciuto nel Nuorese, a Sarule, insegna matematica e fisica nelle scuole superiori; conduce laboratori di educazione all’immagine viaggiando con i suoi studenti in Sardegna e all’estero per far sperimentare i luoghi tramite fotografia e cinematografia. Nella libera professione approfondisce temi di urbanistica e ambiente. Collabora con l’Università di Cagliari a importanti ricerche sul paesaggio costruito e alla redazione dei Manuali del Recupero dei Centri Storici della Sardegna. Nel tempo libero coniuga la fotografia naturalistica con l’escursionismo. La sua fotografia è fondata sulla conoscenza scientifica dei soggetti e sull’uso di composizione e luce nella tradizione della Straight Photography. Socio AFNI Sardegna, lavora da anni a un progetto creativo di documentazione dei paesaggi della Sardegna: lo scopo è di evidenziare la loro bellezza e l’importanza di prendersene cura.

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